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sabato 4 febbraio 2023

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) - Luce e sale del mondo. Frammento di Dio in noi - padre Ermes Ronchi




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Voi siete il sale, voi siete la luce. Siete come un istinto di vita che pen

etra nelle cose, come il sale, si oppone al loro degrado e le fa durare.Siete un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, le accarezza, come la luce, e non fa violenza mai, ne rivela invece forme, colori, armonie e legami. Così il discepolo-luce è uno che ogni giorno accarezza la vita e rivela il bello delle persone, uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.

Voi siete il sale, avete il compito di preservare ciò che nel mondo vale e merita di durare, di opporvi a ciò che corrompe, di far gustare il sapore buono della vita.Voi siete la luce del mondo. Una affermazione che ci sorprende, che Dio sia luce lo crediamo; ma credere che anche l'uomo sia luce, che lo sia anch'io e anche tu, con i nostri limiti e le nostre ombre, questo è sorprendente. E lo siamo già adesso, se respiriamo vangelo: la luce è il dono naturale di chi ha respirato Dio.Chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia al mondo (Luigi Verdi).

E non impalcandosi a maestro o giudice, ma con i gesti: risplenda la vostra luce nelle vostre opere buone. Sono opere di luce i gesti dei miti, di chi ha un cuore bambino, degli affamati di giustizia, dei mai arresi cercatori di pace, i gesti delle beatitudini, che si oppongono a ciò che corrompe il cammino del mondo: violenza e denaro. Quando due sulla terra si amano compiono l'opera: diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti, piacere di vivere e di credere. In ogni casa dove ci si vuol bene, viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.Mi sembra impossibile, da parte di Gesù, riporre tanta stima e tanta fiducia in queste sue creature! In me, che lo so bene, non sono né luce né sale. Eppure il vangelo mi incoraggia a prenderne coscienza: Non fermarti alla superficie di te, al ruvido dell'argilla di cui sei fatto, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, scendi nel tuo santuario e troverai una lucerna accesa, una manciata di sale: frammento di Dio in te.

L'umiltà della luce e del sale: la luce non illumina se stessa, nessuno mangia il sale da solo. Così ogni discepolo deve apprendere la loro prima lezione: a partire da me, ma non per me. La povertà del sale e della luce è perdersi dentro le cose, senza fare rumore né violenza, e risorgere con loro. Come suggerisce il profeta Isaia: Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua ferita (Isaia 58,8). Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Tu occupati della terra e della città, e la tua luce sorgerà come un meriggio di sole.

venerdì 27 gennaio 2023

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) - Le beatitudini secondo Gesù - padre Antonio Rungi

 IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) -  Le beatitudini secondo Gesù - padre Antonio Rungi

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La quarta domenica del tempo ordinario ci presenta il celebre brano del vangelo di Matteo, detto delle beatitudini e classificato come il discorso della Montagna, fatto da Gesù alle persone che lo seguivano. Matteo, infatti, colloca questo sermone in un contesto ben preciso, focalizzando l'attenzione sull'essenza stessa del messaggio cristiano. Gesù, si narra, vedendo tanta gente salì sul monte, cioè su una roccia, in modo da essere visibile e soprattutto per favorire l'ascolto dei presenti. Si pose a sedere, per modo di dire comodamente, e nel frattempo si avvicinarono a lui i suoi discepoli. A loro si rivolse con le parole che sono classificate come espressione di felicità,, perché fosse i primi apostoli della vera gioia, che Egli veniva a proclamare e a realizzare per tutti, con la sua morte e risurrezione.

“Il Signore - scrive San Leone Magno, teologo a padre della Chiesa commentando questo passo evangelico, - andò in un luogo solitario di un vicino monte. Lassù chiamò a sé gli apostoli, per istruirli dall' alto di quella misteriosa cattedra con dottrine più elevate... Colui che aveva parlato a Mosè, parlò anche agli apostoli... Non era circondato, come allora, da dense nubi, né da tuoni e bagliori terribili, che tenevano lontano dal monte il popolo. Ora si intratteneva con i presenti in un dialogo tranquillo e affabile. Egli fece questo perché la soavità della grazia rimuovesse la severità della legge e perché lo spirito di adozione eliminasse il terrore della schiavitù. il significato dell'insegnamento di Cristo lo manifestano le sue parole. Coloro che desiderano pervenire alla beatitudine eterna riconosceranno dai detti del Maestro quali siano i gradini da percorrere per salire alla suprema felicità”.

Ecco perché le otto beatitudini indicate da Matteo sono indicate come la sintesi di un più ampio discorso di Gesù, tanto da essere considerate la carta magna della dottrina spirituale, mortale ed ecclesiale di tutto il cristianesimo. E su questi assiomi di Gesù c'è poco o niente da dire, talmente che sono così semplici nel linguaggio, ma difficili da attuare e vivere in profondità.

Lo sappiamo benissimo che la vita dell'uomo sulla terra è un'ascesa verso la beatitudine del regno dei cieli. È questa la fede dei primi cristiani.

I Padri della Chiesa ribadiscono continuamente che solo “Dio è veramente beato”, mentre l'uomo è “beato” se diviene “partecipe della essenziale beatitudine di Dio”. La sete di felicità che germoglia nel cuore umano può trovare la sazietà soltanto nella “beatitudine” della vita divina.

Consapevoli che la storia dell'umanità è progressivo pellegrinaggio verso la felicità eterna., iniziato con la discesa di Cristo, Figlio di Dio, sulla terra, il quale ha innalzato innalzare l'uomo fino al cielo. E certi del fatto che Gesù conosceva l'aspirazione dell'uomo a vivere una “vita beata”, pronuncia questo discorso per dare una risposta precisa alle attese dell'uomo.

Nel messaggio delle beatitudini egli mostrava agli uomini la via della vita per guidarli a vivere il vangelo della gioia e spalancava agli occhi dei discepoli il luminoso orizzonte della beatitudine, per attirare tutti gli uomini alle altezze della vita senza fine.

Oltre a questa finalità umanitaria, i Padri della Chiesa intravidero nelle beatitudini un “segno” della sua missione e della identità di Figlio di Dio. “Tutti gli uomini cercano la beatitudine”, ripete speso Sant'Agostino, sostenendo che è veramente “beato chi possiede Dio”, perché solo in Dio la “beatitudine” diviene “felicità senza fine”.

La strada delle beatitudini conduce gli uomini dalla terra al cielo saziando la loro sete di felicità. La gioia pregustata nella vita del mondo conoscerà la sua pienezza nell'eternità.

In opposizione alla mentalità pagana, Gesù tramuta il modo di pensare degli uomini chiamando beati quelli che il mondo considera infelici, quali i poveri, gli affamati, i perseguitati.

La sua parola è un capovolgimento del pensiero esclusivamente affaristico della terra, divenendo così Il Messia “l'araldo della buona novella della salvezza donata da Dio.

Gesù col suo comportamento manifesta un amore privilegiato verso i piccoli, i poveri, gli ammalati, i diseredati di ogni specie, a cominciare dai peccatori”. Nessuno è escluso dalla sua misericordia e dal suo eterno amore.

Mentre il Maestro, in quel momento, volgeva lo sguardo alla moltitudine degli uomini e delle donne radunata sulla montagna dinanzi a lago di Galilea per l'ascolto della Parola di Dio, desiderava effondere sui suoi ascoltatori, e sugli uomini di tutti i tempi, lo spirito dell'amore e della gioia. Nel messaggio delle beatitudini sembra straripare dal cuore di Cristo l'infinito amore di Dio per l'intera famiglia umana. È un inno alla vita e alla gioia che risolleva i deboli e gli abbandonati, svelando che Dio è fedele alla sua promessa.

Gli affamati e gli assetati, i poveri e i perseguitati, i sofferenti e tutti i diseredati possederanno “il regno dei cieli”.

Gli uomini “miti e mansueti” possederanno anche “la terra”. Terra e cielo sono “tutto” per chi non ha niente e per chi non conta niente agli occhi del mondo. “Dio è tutto per te”, esclama sant'Agostino: “Dio, se hai fame è pane, se hai sete è acqua per te, se sei nelle tenebre è luce per te”.

Ritornando a quanto scritto da San Leone Magno risultano di grande attualità quello che egli proponeva secoli e secoli fa: “Siano le opere di carità le nostre squisite pietanze, riempiamoci di quei cibi che ci nutrono per la vita eterna. La nostra gioia sia nel ristoro dei poveri, saziati a nostre spese. La nostra soddisfazione più piena sia nel vestire gli ignudi che avremo coperto con i necessari indumenti. Facciamo sentire il nostro spirito umanitario ai malati costretti a letto, agli infermi nella loro debolezza, agli esuli nel loro travaglio, agli orfani nel loro stato di abbandono, alle vedove desolate e meste. Non c'è nessuno che non possa, nell'aiutare questa gente, dimostrare almeno in parte la sua benevolenza, perché nessuno ha un patrimonio piccolo se ha un cuore grande”. Alla scuola delle beatitudini evangeliche rendiamo il nostro cuore grande, pur non avendo nulla tra le nostre mani. Solo così saremo noi beati e renderemo beati e felici chi si accosta a noi solo per ricevere un sorriso.

sabato 21 gennaio 2023

Omelia III settimana del T.O. - Un annuncio importante per avere luce - padre Gian Franco Scarpitta -

Un annuncio importante per avere luce - padre Gian Franco Scarpitta 

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III Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (22/01/2023)

Il ministero di Gesù inizia in una terra differente dalla propria, oltre che geograficamente, anche dal punto di vista morale e culturale. La città è Cafarnao, sulla riva del mare di Galilea chiamato anche lago di Tiberiade; il territorio è quello già citato dal profeta Isaia, cioè la terra di Zabulon e di Neftali, denominata Galilea delle genti. Essa è considerata territorio impuro, perché pagano e refrattario ad ogni riferimento religioso. Isaia però aveva preannunciato che proprio lì sarebbe sorta la salvezza: una luce avrebbe rifulso su quel territorio per recare a tutti la vita, la gioia e la salvezza perché il concetto di luce equivale proprio alla vita, sia quella fisica sia quella spirituale. Il Messia promesso da Isaia sarebbe stato luce in grado di dominare e dissipare le tenebre dell'errore, del peccato e per ciò stesso della morte. Una figura quindi finalmente vivificante e radiosa in un mondo di tenebra e di occlusione nel quale ci si era sempre trovati; un Innovatore prefigurato, promesso e atteso e che adesso si realizza nella persona di Gesù Cristo. Indicato sempre da Isaia come “Servo di Yahve'”, Gesù, è infatti la realizzazione definitiva di questa promessa, il Salvatore “luce del mondo, che illumina ogni uomo”. Gesù è la via, la verità e la vita(Gv 8, 12; 9,1; 14, 6).


Nel Messia salvatore universale Dio opera il rinnovamento e la restaurazione interiore dell'uomo, rischiarando e illuminando ciascuno fin dall'interiorità e mettendolo a rapporto con se stesso e con la propria fragilità morale e spirituale. Proprio il popolo pagano, quale era quello della Galilea, distaccato e riluttante nei confronti del sacro e refrattario al mondo del trascendente e della verità, conosce di fatto la verità che viene rivelata in Cristo e lo stesso Cristo anche secondo i progetti del Padre accetta ben volentieri di essere "luce del mondo" in un esordio del tutto difficile e complesso e in un territorio ben lontano dalle comuni aspettative.


Quale messaggio può annunciare Gesù in un ambito così ostile e refrattario? Giona aveva predicato la conversione dei Niniviti miscredenti per evitare la sciagura della fine di quella citta; Gioele aveva invitato al ravvedimento a seguito di un'invasione di cavallette dannosa per i raccolti e così da altre parti si è invitati alla conversione per scongiurare una pena o per passare da una posizione nefasta a una più felice. Sempre l'Antico Testamento, in Ezechiele e in altri testi, sottendeva però a un cambiamento di vita radicale in ragione della misericordia di Dio che prevale e ha la meglio sul peccato. A dire il vero, in un certo contesto, anche Gesù avverte che chi rifiuta di convertirsi è destinato a perire (Lc 13, 1 - 9), ma più che una minaccia questa è pedagogia sulla conseguenza della possibile refrattarietà all'amore e alla misericordia di Dio: chi si ostina a procedere lontano da Dio procura a se stesso la morte sotto varie apparenze di vita.


Piuttosto Gesù invita alla “metanoia”, cioè alla cambiamento radicale del pensiero e dei costumi prima e delle azioni dopo. Esorta alla trasformazione radicale di se stessi, al cambio di vedute e di orientamento che non sia più verso se stessi o verso il mondo, ma “secundum Deum”; chiede la conversione della mente, del cuore, dei costumi, delle abitudini e della volontà perché nell'uomo possa albergare la consapevolezza di essere stato reso oggetto dell'amore di Dio e in forza di questa coscienza possa prodigarsi ad amare il prossimo appunto come Dio ha amato lui. La conversione ha come fine innanzitutto la comunione con Dio, quindi la vita piena al presente, la piena affermazione di se stessi nell'ottica del rapporto con il Padre attraverso lo stesso Gesù; conseguentemente essa consegue la salvezza in questa e nell'altra vita. Per ciò stesso, la ragione per cui convertirsi è delineata in un'evidenza: Il regno dei cieli è vicino. Il predicato verbale indica un fatto compiuto (è venuto) e allo stesso tempo un evento che è ancora in stato di realizzazione.


Dio regna adesso, nelle parole e nelle opere di Gesù Cristo che è già venuto e opera nel mondo; questo regno si caratterizza con la pace, l'amore, la giustizia e ogni altro valore esaltante. per la qual cosa è indispensabile cambiare radicalmente se stessi anima e cuore. Sempre lo stesso Regno è però anche una realtà in divenire, che avrà in suo compimento definitivo alla fine dei tempi, quando ci si troverà all'epilogo della nostra storia. Gesù Cristo, che è la promessa di Isaia di quella luce che adesso diventa in lui realtà effettiva è apportatore di questo Regno; la conversione è la condizione per entrarvi. La fede la condizione per persistervi e la carità quella per esserne testimoni e apportatori.


Proprio in una regione ostile e refrattaria Gesù comincia ad annunciare questa realtà innovativa del Regno; che il suo appello si rivolga a persone sterili e reticenti, non equivale però a dire che esso resti infruttuoso e inconcludente. Proprio da parte di nazioni, popoli o persone dalle quali non ci si aspetterebbe corrispondenza, tante volte si rileva sensibilità, apertura di cuore, trasporto non di rado anche in misura maggiore che in coloro che presumono di essere perfette e integerrime nello spirito e nella condotta. Anche nelle esperienze pastorali non è raro imbattersi in persone reduci da un passato nefasto e controverso, le quali si lasciano avvincere e affascinare più di tutti gli altri anche dal fenomeno di un'omelia o di una celebrazione. E in tutti i casi l'appello del Signore via, verità e vita non manca di produrre i suoi effetti intrinseci e di apportare rinnovati benefici a coloro che non vi si sottraggono. 

Sunflower Van Gogh